
Pensando al food delivery e alla forte importanza che sta acquisendo sempre più nella società, non può che sorgere spontanea la domanda: come si svilupperà il servizio di consegna del cibo a domicilio nel futuro? E che cambiamenti apporterà alla società?
Uno degli sviluppi futuri più probabili e già parzialmente visibili riguarda i cambiamenti che la tecnologia ha apportato e che apporterà al lavoro dei ristoratori e alle abitudini di consumo dei clienti.
In Italia il food delivery ha iniziato ampiamente a diffondersi nel 2015, con la nascita di nuove startup come Glovo, UberEats, Deliveroo e Foodora che hanno iniziato a fare concorrenza al dominio prima indiscusso di Just Eat. Dopo soli due anni (ovvero nel 2017), secondo una l’Osservatorio e-commerce b2c del Politecnico di Milano, il mercato degli acquisti di piatti pronti ammontava già a 201 milioni di euro, in aumento del 66% rispetto al 2016. Di conseguenza, anche il numero di clienti è in netta crescita: nel 2018, oltre 4 milioni di italiani hanno usufruito del servizio di consegna di cibo a domicilio almeno una volta al mese.
Considerando che il trend è ancora in crescita, entro il 2022 le piattaforme di food delivery potrebbero generare un giro d’affari da 2 miliardi e mezzo di euro.

Se si continua di questo passo, afferma la banca d’investimento Svizzera Ubs, entro il 2030 il food delivery arriverà addirittura ad “uccidere la cucina”: secondo i ricercatori, grazie ai robot e ai droni per la consegna “il costo di un piatto ordinato online potrebbe essere lo stesso di un piatto preparato in casa o addirittura più basso, contando anche il tempo che impieghiamo per prepararlo”. Tra soli 11 anni, quindi in un futuro per nulla lontano, l’atto del cucinare potrebbe non essere più considerato una necessità ma un peso o una perdita di tempo, e ciò potrebbe rivoluzionare non solo le nostre vite, ma anche l’architettura delle abitazioni, che potrebbe ridurre o addirittura annullare lo spazio per la cucina. La risposta, sul lungo periodo, è tutt’altro che scontata, persino in un paese come il nostro, che ha fatto della varietà enogastronomica il proprio fiore all’occhiello.